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Discriminazione:cosa pensano gli italiani

Nel nostro paese la discriminazione  c’è ma non ci vede. Secondo i dati raccolti da  Eurobarometro, gli italiani sentono la discriminazione sociale in modo più diffuso rispetto alla media europea. I motivi di discriminazione sono: prima di tutti quello etnico seguito da quello dell’orientamento sessuale, poi  sesso e handicap. Solo per l’età sembra che gli italiani siano meno preoccupati degli europei in generale.

Un altro risultato dell’indagine rileva però che gli italiani sono  quelli che hanno “un cerchio meno eterogeneo di amici e conoscenze”, soprattutto per le differenze etniche e religiose. Sempre nel confronto con la media europea sembra che in Italia si viva in modo più chiuso,  fra persone simili e con le stesse idee o esperienze. Avvertiamo le discriminazioni, su di noi e su altri, ma è come se le sentissimo indirettamente senza un contatto vivo. Forse è un effetto della televisione e di quanto filtra la realtà percepita.

Per la discriminazione sul posto di lavoro gli italiani sono molto meno preoccupati della media europea, o almeno per i criteri di discriminazione proposti dall’indagine. Per gli italiano il primo criterio di discriminazione sul posto di lavoro è il look, il modo di presentarsi e di vestirsi. Al secondo posto ci sono a pari percentuale l’età e il colore della pelle. L’orientamento sessuale, il sesso e la religione secondo gli italiani non sono criteri importanti di discriminazione come invece pensa la gran parte degli europei.

Come si comportano i media? Secondo l’indagine gli italiani pensano  in generale che nei media vi sia rispetto per la diversità, ma nel raffronto con gli altri paesi sono un po’ più insoddisfatti per quanto riguarda orientamento sessuale e origine etnica.

Alla domanda di come si sentirebbero di fronte ad alte cariche dello Stato affidate a persone considerate diverse, gli italiani mostrano di avere meno pregiudizi della media europea, ma con l’eccezione dell’età. Sotto i 30 e sopra i 75 anni non si dovrebbero dare alti incarichi nello Stato. Per i giovani è indiscutibilmente esclusa ogni possibilità, ma sono molti gli alti incarica affidati a persone con più di 70 anni.

È ovvio che questa indagine non entra nei dettagli di ogni singolo paese perché fatta su un campione limitato di interviste.  Tuttavia descrive un paese verosimile, con paradossi e contraddizioni,  che corrisponde all’immagine percepita dall’esterno.

Per avere qualche elemento di raffronto è interessante vedere la composizione della Camera e del Senato.

Alla Camera i Deputati fino a 29 anni sono lo 0,95% (5 donne e 1 uomo), che salgono oltre il 10% se prendiamo la fascia di età fini a 39 anni. Dai 60 anni e oltre sono il 21.11% (21 donne e112 uomini). Come si può vedere dalla tabella 1 la discriminazione è soprattutto di sesso: su un totale di 630 deputati 134 sono donne e 496 sono uomini.

Distinzione dei deputati per fasce di età e per sesso (tabella 1)

XVI Legislatura (22 dicembre 2009)
Fascia di età Donne Uomini Totale %
25-29 5 1 6 0,95%
30-39 24 6 60 9,52%
40-49 46 138 184 29,21%
50-59 38 209 247 39.21%
60 e oltre 21 112 133 21,11%
TOTALE 134 496 630 100%
21,27% 78,73% 100,00%

Al Senato la presenza delle donne è inferiore a quella della Camera anche se percentualmente è poco: 81,68% uomini e 18,32% donne (tabella 2). Rispetto alla legislazione precedente c’è  stata un variazione del 5% circa a favore delle donne (tabella 3). L’aumento della presenza delle donne nel Senato tra il 2006 e il 2008 è in tutte le fasce di età tra 40 e 69 anni. Oltre i 60 anni ci sono 20 Senatrici  e 98 Senatori.

Distribuzione dei Senatori in carica per fasce di età e per sesso (tabella 2)

XVI Legislatura (dati aggiornati al 4 gennaio 2010)
40-49 50-59 60-69 70 e oltre Totale % Età media
Uomini 45 120 70 28 263 81,68 58,21
Donne 18 21 17 3 59 18,32 55,98
Totale 63 142 86 31 322 57,80

Distribuzione dei Senatori in carica per fasce di età e per sesso (tabella 3)

XV Legislatura (dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008)
40-49 50-59 60-69 70 e oltre Totale % Età media
Uomini 60 127 72 31 290 86,57 57,39
Donne 14 17 11 3 45 13,43 55,36
Totale 74 144 83 34 335 57,12

La fascia di età con il maggior numero di incarichi parlamentari è quella tra i 50 e i 59 anni, sia alla Camera sia al Senato. A questo proposito facciamo un salto nella società civile dove la fascia di lavoratori di età tra i 50 e i 59 anni è quella che oggi si allontana dal pensionamento per effetto dell’invecchiamento della popolazione, o meglio della nuova politica europea per il lavoro che prevede un prolungamento della vita lavorativa. In Francia dallo scorso anno vengono introdotti, su direttiva di un decreto governativo, accordi di settore tra aziende e sindacati per incrementare, anche se di poco, il numero dei lavoratori con più di 50 anni.

I Deputati e Senatori italiani, eletti dai cittadini, sono un ottimo esempio di come sia stata recepita la politica europea contro la discriminazione sociale.

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La telemedicina non è Elisir di Rai3

health-optiLa Regione Veneto è all’avanguardia per la Telemedicina, seguita da Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. Il Veneto ha partecipato alla sperimentazione del progetto europeo di telemedicina in neurochirurgia  “Health Optimum”  con ottimi risultati. Il progetto è cominciato nel 2004 e da poco si è conclusa la seconda fase che ha coinvolto cinque paesi europei: Svezia, Danimarca, Spagna, Romania, oltre all’Italia.

Positiva  anche la sperimentazione condotta dall’ospedale Molinette di Torino in collaborazione con Telecom, che ha progettato un sistema di monitoraggio a domicilio  per i malati cronici: MyDoctor@Home permette di raccogliere dati sul paziente attraverso apparecchiature elettromedicali collegate via wireless e telefono a un centro di controllo con personale specializzato.

Al servizio di Telecom guardano con interessate diverse regioni, tra cui il Veneto dove le Asl si sono riunite nel  consorzio  “Arsenal.it” per affrontare insieme il passaggio alla telemedicina. L’iniziativa è nelle mani delle singole regioni perché a livello nazionale non c’è programmazione concreta se non quella di diffondere ottimi  consigli che riprendono le indicazioni della Commissione Europea. In questi anni la classe politica e amministrativa ha fatto ben poco, se non prendere l’iniziativa di tagliare 27mila posti letto negli ospedali pubblici. Obiettivo non facile visti i ritardi di attuazione nelle regioni del centro-sud. In questi giorni sono uscite nuove dichiarazioni entusiaste per la telemedicina (a volte come elisir di lunga vita), soltanto perché si è intravista la possibilità di tagliare un alto numero di posti letto.

E’ stato fatto molto poco se non nulla per promuovere la ricerca e la formazione nelle università sul complesso sistema della telemedicina, o la collaborazione tra aziende e amministrazioni locali per progettare le infrastrutture. Per esempio, è indispensabile che la banda larga per la trasmissione dati arrivi nelle case di tutti i cittadini.  Non si sta facendo nulla per informare i cittadini e prepararli al cambiamento. Più importante e conveniente è parlare del passaggio al digitale terrestre. E non c’è da stupirsi se molti pensano che la telemedicina sia la trasmissione Elisir in onda su Rai3.

Manca in Italia, e forse in molti paesi europei, un’attenzione per i veri problemi che riguardano il futuro prossimo. Manca una classe dirigente che non pensi al proprio tornaconto o al consenso. E soprattutto c’è al fondo l’incapacità di capire, prevedere e programmare uno sviluppo che non sia quello apparente del “libero mercato”.

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La CE si raccomanda tanto

La Commissione Europea rivolge un appello a tutti i paesi membri affinché diano completo appoggio al piano d’azione (2006-2015) che il Consiglio d’Europa ha approvato per migliorare la qualità di vita dei disabili e degli anziani.

Il documento pubblicato lo scorso 8 luglio invita “gli Stati membri ad adottare specifiche azioni volte a favorirne l’autonomia, l’indipendenza e la vita attiva, per migliorare l’accesso e la qualità dei servizi, compresi i servizi sociali e la tutela giuridica.”

Sono più di quaranta i punti in cui la Commissione europea ha articolato le raccomandazioni ai governi. Tre i temi principali:

1. Promuovere l’autonomia e la vita attiva e indipendente.

2. Migliorare la qualità dei servizi.

3. Rafforzare la parità di accesso ai servizi, compresi i servizi sociali e tutela giuridica.

Tutte raccomandazioni molto interessanti, che si ispirano ai principi fondamentali di una vita collaborativa e razionalmente fondata. Purtroppo la realtà è un’altra e non basta dire ai governi dei singoli paesi “che cosa fare”. Uguaglianza ed equità non possono essere degli obiettivi realisticamente raggiungibili se non cambia la distribuzione delle risorse disponibili. Non si può parlare di miglioramento della qualità della vita contando fideisticamente sulle regole del mercato. I tagli alla spesa pubblica e la “delega” quasi in bianco lasciata ai servizi privati per la salute, creano ancor più differenze tra i cittadini. In un paese come l’Italia c’è solo da sperare che regga il sistema del volontariato.

Il testo del documento è percorso in tutta la sua lunghezza dal condizionale, con molte ripetizioni di significato. Non vengono espressi vincoli  o impegni per controllarne l’attuazione. Tanto meno vengono date indicazioni economiche  (se non quella di allungare l’età pensionabile, che non c’entra  con la predisposizione dei servizi).  Forse non è il luogo.

Traduciamo dall’inglese le raccomandazioni della Commissione europea contenute nel documento CM/Rec(2009)6, che non  abbiamo trovato nella sezione in italiano del sito ufficiale. Rispondiamo così all’invito della CE di dare la massima diffusione alle raccomandazioni.

1. Promuovere l’autonomia e l’indipendenza e la vita attiva.

1.1. Persone con disabilità che invecchiano e persone anziane con disabilità desiderano vivere la loro vita con il massimo grado di libertà e di autonomia, in ambienti fisici e umani e con i servizi di sostegno che facilitino piuttosto che ostacolare questo stile di vita. Le seguenti raccomandazioni vanno verso questo obiettivo.1.1. Il diritto di scelta e di auto-determinazione deve essere rispettato. Eventuali limitazioni di questo diritto fondamentale devono essere rigorosamente limitate  in definite circostanze.

1.2. Le risorse e le personali potenzialità della popolazione anziana dovrebbero essere riconosciute e inserite in strategie di pianificazione e di sostegno.

1.3. Perché alcuni gruppi sociali (come le donne, le minoranze, i migranti e le persone con diverso orientamento sessuale) sono a rischio di discriminazione, è particolarmente importante salvaguardare la loro parità di diritti, quando  si organizzazione di servizi di sostegno e di vita autonoma e indipendente.

1.4. Le modalità di vita (a casa, assistiti o in alloggi residenziali di collocamento) dovrebbero tenere conto delle persone, dei loro desideri e bisogni.

1.5. Le opportunità di riabilitazione e di formazione dovrebbero essere fornite per assecondare una vita indipendente.

1.6. La preparazione ai cambiamenti della vita dovrebbe essere inserita  nei programmi per gli anziani con disabilità.

1.7. Il principio di apprendimento lungo tutto l’arco della vita deve essere applicato, indipendentemente dalla età e  capacità dei singoli. Il continuo sviluppo di nuove competenze, contribuisce a garantire l’autonomia personale, l’accesso e la partecipazione alla vita sociale. La formazione professionale deve essere adattata alle singole esigenze.

1.8. Le opportunità per una partecipazione attiva in tutti i settori della vita (per esempio, di volontariato, di lavoro o di politica, culturale, sociale e attività professionali) devono essere promosse dai governi, che riconoscono le conoscenze e le esperienze di vita delle persone anziane.

1.9. La solitudine e l’isolamento di molte persone in questi gruppi devono essere riconosciute e affrontate con la creazione di opportunità di partecipazione attiva, come ad esempio in ruoli speciali di volontariato e centri di appartenenza della comunità.

1,10. Una più flessibile età pensionabile dovrebbe essere introdotta, sulla base di preferenze personali e di capacità supportate.

1,11. La povertà tra le persone con disabilità dovrebbe essere evitata attraverso adeguate misure di protezione sociale.

1,12.Un sistema moderno  di informazione e di consulenza – anche tramite Internet – dovrebbero essere disponibile per aiutare le persone a prendere le proprie decisioni e a organizzare la loro vita indipendente.

1,13. Gli alloggi, gli edifici pubblici e i trasporti devono essere resi pienamente accessibili e utilizzabili al fine di garantire il più alto grado possibile di autonomia e di libertà di circolazione per le persone con disabilità.

1,14. Le amministrazioni pubbliche dovrebbero prendere le misure necessarie per garantire che i trasporti siano abbordabili e accessibili.

1,15. Gli Stati membri dovrebbero adottare misure per rafforzare la raccolta di dati, potenziare la ricerca e la compilazione di statistiche e dati con riguardo alle esigenze della popolazione di persone con disabilità e le persone anziane con disabilità.

1,16. Il personale dei servizi di assistenza dovrebbe conoscere i diritti delle persone interessate per l’autonomia personale, e scegliere il tipo, l’ubicazione, i tempi e il ritmo dei servizi che devono essere forniti.

1,17. I familiari dovrebbero ricevere materiale e altre forme di assistenza per consentire loro di sostenere una persona con disabilità a casa.

1,18. Le procedure di valutazione e di risposta alle esigenze dei cittadini dovrebbero essere aperte a revisione e cambiamenti indipendenti.

1,19. Il potenziale individuale  e le capacità personali devono essere sempre inclusi nella valutazione globale dei loro bisogni e delle esigenze di sostegno.

1,20. Regolari periodi di pausa dalle responsabilità nella cura degli anziani da parte dei familiari dovrebbero essere previsti fornendo assistenza alla famiglia. Ciò aiuterebbe ad allungare il periodo di sostegno familiare.

1,21. Servizi e il loro personale devono rispettare e tener conto del passo e del ritmo  delle persone con le quali si sta lavorando.

2. Migliorare la qualità dei servizi

Le seguenti raccomandazioni sono progettate in modo da valorizzare la qualità dei servizi in questo campo.

2.1. È essenziale che siano forniti servizi di qualità e in quantità sufficienti.

2.2. I disabili anziani e le persone anziane con disabilità dovrebbero essere pienamente e direttamente coinvolti in tutto il processo di progettazione, attuazione e valutazione dei servizi. Famiglie, amici e prestatori di cure dovrebbero anche essere coinvolti in questi processi.

2.3. Per quanto è possibile, i servizi dovrebbero essere forniti alla persona nel suo ambiente domestico o nella comunità locale, piuttosto che in un istituto residenziale, e quanto più possibile vicino alla sua abitazione.

2.4. Quando sono necessari diversi tipi di assistenza (per esempio, cure sanitarie e sociali), devono essere attentamente coordinati o integrati per rispondere efficacemente alle esigenze del singolo destinatario.

2.5.Dei consulenti indipendenti dovrebbero essere disponibili per spiegare alle persone la complessità dei servizi e indirizzarle verso le scelte più adatte.

2.6. La qualità dei servizi dipende in larga misura da una sufficiente quantità di forza-lavoro, con una gamma di personale addestrato per soddisfare i requisiti in termini di competenze dei loro particolari ruoli e compiti. La loro professionalità dovrebbe quindi essere riconosciuta e adeguatamente remunerata.

2.7. Quando coinvolti nell’assistenza, i familiari e il personale pagato dovrebbero ricevere una adeguata formazione, informazione e supporto dalle autorità pubbliche o di ONG.

2.8. I servizi dovrebbero essere adeguatamente finanziati, è una condizione necessaria, se non sufficiente, per essere di qualità soddisfacente. I responsabili per il finanziamento dovrebbe guardare a una varietà di fonti di finanziamento, come ad esempio i finanziamenti governativi, ONG nazionali e internazionali, le lotterie, i contributi delle imprese e quelli degli utenti dei servizi stessi.

2.9. Il diritto alla buona qualità dei servizi forniti da tutti i fornitori di servizi dovrebbe essere definito e garantito dalla legislazione, con sistemi chiaramente specificati. Le aree da coprire includono: la formazione e le qualifiche del personale, le norme di qualità in servizi specifici, i sistemi di controllo e di ispezione, e le denunce dei sistemi.

2,10. La garanzia di qualità e i sistemi e metodi di gestione, che tengano conto delle considerazioni di carattere etico e deontologico, sono adeguate in questo campo e dovrebbe essere usate in tali servizi.

2,11. La qualità  dei servizi devrebbe prestare la debita attenzione non solo alle necessità fisiche. Ma dovrebbe, se è il caso, rispondere alle necessità  culturali, emotive, sessuali e spirituali delle persone.

2,12. La qualità è rafforzata quando i servizi sono personalizzati attraverso piani d’azione individuale per ogni persona con disabilità.

2,13. Poiché le nuove tecnologie svolgono un ruolo sempre più importante nei servizi di sostegno, devono essere pienamente accessibili per gli anziani con disabilità  e formare  parte di un sistema di supporto integrato per i singoli.

3. Rafforzare la parità di accesso ai servizi, compresi i servizi sociali e la tutela giuridica

Evidentemente è importante per gli anziani con disabilità e le persone anziane con disabilità avere la piena parità di accesso alla tutela giuridica e sociale dei servizi. Storicamente, questo non è sempre stato il caso, con notevoli variazioni tra i vari paesi. La protezione giuridica è particolarmente importante, poiché senza queste persone sono vulnerabili alle variazioni locali delle politiche e delle prestazione. Naturalmente, tutti i cittadini dovrebbero avere parità di accesso ai servizi a cui hanno diritto per legge, le persone con disabilità non fanno eccezione.

Le seguenti raccomandazioni sono progettate in modo da valorizzare la parità di accesso ai servizi, compresi i servizi sociali e di tutela giuridica.

3.1. Le persone con disabilità non dovrebbe subire alcuna riduzione della loro diritti quando invecchieranno o se hanno già raggiunto un età più avanzata.

3.2. La gente dovrebbe essere in grado di nominare uno o più persone di fiducia (dalla propria famiglia o non) prima del verificarsi di una incapacità giuridica connessa con l’aggravarsi di una disabilità.

3.3. Le persone con disabilità devono essere protette dalla violenza e dagli abusi, ad esempio attraverso un facile accesso alle linee telefoniche di assistenza e ad altri sistemi.

3.4. La parità di diritti di accesso ai servizi sociali e alla protezione giuridica dovrebbe essere garantiti su tutto il territorio nazionale, anche in paesi con una struttura federale.

3.5. Un mediatore dovrebbe essere disponibile, come l’esperienza ha dimostrato di poter fornire un valido mezzo di protezione per le persone che ritengono gli sia stata negata la parità di accesso ai servizi sociali e / o il loro diritto alla tutela giuridica. Un sistema di mediazione può valere per tutti i gruppi di cittadini, o vi può essere un sistema specifico per le persone con disabilità.

3.6. Tutte le tariffe per gli utenti dei servizi dovrebbe essere ad un livello accessibile a garantire che i costi non siano un ostacolo per l’accesso ai servizi necessari.

3.7. Servizi e protezione giuridica dovrebbe essere fornite su base paritaria a tutti gli individui, indipendentemente dal loro stile di vita, l’origine, il tipo o il grado di disabilità, età, origine sociale o familiare, capacità finanziaria e di convinzioni religiose o filosofiche.

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Dove alloggiano gli over 50

anziano che legge

Barcellona

Il 60% degli europei con più di cinquant’anni vive in una casa  e il 40% in un condominio. In media ogni anziano ha più di due vani a disposizione. Più di un quarto vive con i figli; quasi il 10% vive nello stesso stabile di un figlio e il 25% abita in un raggio di 5 chilometri. Il 70% circa è proprietario dell’abitazione principale in cui vive.  E per concludere, più si invecchia e minore è  la mobilità residenziale. Questa è l’immagine  che esce dalla media statistica  di una ricerca condotta dall’ENSEE (Istituto nazionale francese di statistica e studi economici) su un campione di cittadini di dodici paesi della Comunità europea più la Svizzera (periodo 2006). Il confronto dei dati relativi ai singoli paesi, sebbene sia parziale, permette di capire alcune differenze importanti (sociali, economiche e culturali). Sappiamo sempre troppo poco degli altri paesi europei.

Nota: nel documento originale si usa il termine seniors per indicare gli over 50. E’ normale tradurlo con “anziani”. I grafici (purtroppo le tabelle non sono disponibili online) allineano quattro fasce di età: 50/59, 60/69, 70/79, 80 e più.

Casa o appartamento? (vedi grafico)

In Italia quasi il 60% degli over 50 vive in una casa con uno o due alloggi e non in un condominio. Senza grosse differenze tra le quattro fasce di età e con dei valori sotto la media europea, che si colloca tra il 33% della Repubblica Ceca e l’88% del Belgio. Per la Repubblica Ceca è stato spiegato con un forte fenomeno di inurbamento della popolazione agricola. Per gli altri paesi si può notare dal grafico che c’è una crescita costante della casa residenziale se passiamo dai paesi mediterranei a quelli del centro e poi del nord Europa. Si possono fare tante ipotesi per spiegare questa progressione: senz’altro economiche, ma anche collegate al territorio, alla popolazione e alla cultura locale.

Un aspetto interessante. Il numero degli anziani  di Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, che vivono in una casa e non in un condominio diminuisce repentinamente superati gli 80 anni. Nel grafico si vede anche che in Italia, Grecia e soprattutto in Polonia, avviene il contrario, gli over  80 che vivono in un edificio mono o bi-familiare superano i 50/79enni.

Distanza dai figli (vedi grafico)

I “seniors” (dai 50 anni in su) che coabitano con un figlio sono il 40% in Italia (superata da Polonia e Spagna e alla pari con la Grecia). Mentre negli altri paesi la percentuale è decisamente più bassa. La soluzione di una abitazione condivisa è più diffusa tra il ceto medio che vive fuori dalle grandi città e tra gli inquilini in affitto.

L’anziano che vive nello stesso stabile di un figlio, ma in un altro alloggio, è la condizione meno frequente in tutti i paesi. E’ quasi inesistente  in Francia, Svezia, Belgio, Paesi-Bassi, Danimarca, dove invece è più facile che la distanza dal figlio rimanga entro i 5 chilometri. Germania, Austria e Grecia mostrano valori superiori alla media per quanto riguarda l’alloggio in un edificio comune con il figlio. La probabilità raddoppia quando si tratta di abitazioni condominiali.

Sembra  che la distanza dai figli sia maggiore nei paesi nord-europei. Si potrebbe collegare alla struttura e al ruolo della famiglia, e a una maggiore indipendenza economica e psicologica dei componenti ad ogni età.  Purtroppo i servizi  publici o privati presenti sul territorio non sono gli stessi in tutti i paesi, e vi sono poi differenze notevoli, come in Italia, da una regione all’altra.

La vicinanza della famiglia  è un aspetto importante per l’aiuto o l’assistenza agli anziani. Anche fare la spesa alimentare può essere un problema quando non si ha più una patente di guida. La scelta della coabitazione o della vicinanza diventa quasi obbligatoria, quando possibile, per quella parte di popolazione che oggi sente l’effetto forte della crisi economica e, ormai,  sociale.

La casa di proprietà (vedi grafico)

Il mercato immobiliare è molto diverso da un paese all’altro. Lo studio dell’ENSEE individua tre gruppi di paesi. Essere proprietario della propria cosa è molto comune tra gli over 50 di Grecia, Spagna, Italia e Belgio. Anche in Polonia e Repubblica Ceca è abbastanza diffusa perché più facile acquistare la casa in cui si abita.

In Austria, Svizzera, Germania e Paesi Bassi è maggiore il numero di coloro (sempre over 50) che abitano in affitto: dal 43% al 47%..

Svezia Danimarca e Francia occupano nella statistica una posizione intermedia. Da notare comunque e dovunque che sopra gli 80 anni si ha un calo nella proprietà dell’alloggio.

L’edilizia popolare sovvenzionata  con alloggi ad affitto contenuto è diversa per ogni paese. Si passa dal 35% del totale nazionale nei Paesi Bassi al 15/20%  di Austria, Polonia, Svezia, Danimarca, Francia e Repubblica Ceca.  Le percentuali più basse sono: 6% in Germania e Svizzera; 5% in Italia e Belgio, 2% in Spagna; e praticamente zero in Grecia.

La proprietà della casa non è legata solo al reddito. La ricerca ENSEE  divide in due gruppi i paesi europei.

Nel primo, che va dalla Svezia alla Svizzera, avere un alto reddito, o appartenere a una generazione più recente o essere sposati significa di solito scegliere la proprietà di una casa piuttosto che  di un appartamento condominiale.

Nel secondo gruppo (Mediterraneo, Austria e paesi dell’Europa orientale) questa correlazione non esiste, anzi a volte è invertita. In questi paesi la casa di proprietà è soprattutto un vecchio edificio, piuttosto che  un appartamento moderno e confortevole.

Il tasso di proprietà è più elevato per le case che per gli appartamenti condominiali. La proprietà della casa è una condizione molto diffusa fino a 58 anni. Di solito l’acquisto avviene prima dei 50 anni. Dopo la tendenza diventa negativa, ma il passaggio dalla casa di proprietà ad un alloggio in affitto è raro prima degli 80 anni. Il calo  con l’età  è in parte dovuto a un effetto generazionale: in molti paesi la proprietà dell’abitazione è collegata allo sviluppo dell’edilizia residenziale dopo la seconda Guerra Mondiale insieme alla disponibilità creditizia. E cresce in misura maggiore a partire dagli anni novanta, quando con l’abbandono del Welfare a favore del libero mercato vi è un “crollo” dell’edilizia popolare e sovvenzionata.

Da una generazione all’altra aumenta il numero dei proprietari della propria abitazione aumenta, ed è ovviamente collegato al reddito familiare. Non in Spagna, dove invece la proprietà è la norma; o in Repubblica ceca e Belgio dove si è facilitato il passaggio di proprietà agli inquilini. La ricerca fa notare che in tutte le fasce di età le donne proprietarie di casa sono meno degli uomini.

Scarsa mobilità residenziale(vedi grafico)

Dopo i 50 anni è più improbabile che si cambi casa. Sempre di più con l’avanzare dell’età. Questo è un fatto positivo, almeno da un punto di vista culturale e psicologico. Ma potrebbe essere una scelta difficile: con l’età diminuisce la mobilità e spesso gli alloggi sono inadatti perché vecchi o costruiti senza prevedere l’invecchiamento della popolazione. Pensiamo, per esempio, in quanti palazzi bisogna superare alcuni gradini prima di raggiungere l’ascensore.

La scarsa mobilità residenziale degli anziani e lo scarso adeguamento delle abitazioni  per i disabili (6% la media europea, vedi grafico) saranno un problema i molti paesi, e richiederanno soluzioni più coordinate sul territorio tra risorse familiari e servizi al cittadino, sia pubblici che privati.

Dalla ricerca emerge che Svezia, Danimarca e Paesi Bassi hanno una maggiore mobilità residenziale. Mentre in tutti gli altri paesi la stabilità residenziale raddoppia rispetto ai precedenti.

Riassunto dei dati relativi agli italiani over 50

60% vive in una casa e non in un condominio

2 vani, più o meno, a disposizione per persona

39% coabitano con i figli

24% abitano a non più di 5 km

10% vivono nello stesso stabile di un figlio

3% delle abitazioni è adatto a ospitare disabili

tra 72% e 82% sono proprietari dell’immobile

32 anni nello stesso alloggio per gli ultra-ottantenni

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Telemedicina: Europa in azione

euLa commissione europea invita i paesi membri a impegnarsi nello sviluppo della telemedicina. L’aumento delle malattie croniche e l’invecchiamento della popolazione sono le ragioni immediate di questo appello con cui la Commissione promuove per i prossimi tre anni una campagna di sensibilizzazione all’uso della telemedicina e il monitoraggio dei servizi sul territorio.

L’obiettivo è di “appoggiare gli Stati membri nell’azione volta a realizzare un’applicazione vantaggiosa e su larga scala dei servizi di telemedicina ponendo l’accento su tre serie strategiche di azioni: 1) creare fiducia nei servizi di telemedicina e favorire l’accettazione dei medesimi;  2) apportare chiarezza giuridica; 3) risolvere i problemi tecnici e agevolare lo sviluppo del mercato.”

Anche in questo caso la ricetta è il libero sviluppo del mercato e si lascia che ogni paese trovi la propria soluzione combinando sanità pubblica e privata. Infatti, la previsione è interessante: entro il 2012 i servizi di telemedicina potrebbero far diminuire i decessi del 20% e far crescere il mercato da 4,7 miliardi a 11,2 miliardi con un incremento annuo del  19%. E’ un settore interessante per chi vuole investire, secondo la Commissione europea.

Compito della Commissione europea sarà quello di coordinare lo studio e l’analisi dei problemi (tecnologici, professionali, legislativi e di mercato) e di elaborare una strategia comunitaria. I singoli paesi entro il 2011 dovranno adeguare le normative nazionali in merito a servizi sanitari, e-commerce, privacy e responsabilità, per favorire un accesso più ampio alla telemedicina. Nel comunicato si prospetta la nascita di un mercato europeo, ossia i servizi di telemedicina potranno essere forniti da un paese all’altro, un po’ come è accaduto per altri servizi telematici, per esempio call-center ed elaborazione dati. Il paese che sviluppera meglio un servizio di telemedicina potrà offrirlo ad altri, ma prima si dovranno risolvere problemi legali e normativi che oggi impediscono un tale scambio.

La Commissione europea  ha in programma una serie di studi sulla telemedicina e di progetti pilota molto limitati, ma sul piano degli investimenti e della ricerca tutto è nelle mani dei singoli paesi.  L’unica iniziativa nota, sino ad ora, è quella del Ministro delle Finanze danese che ha deciso di investire 400 milioni nell’assistenza a lungo termine di tipo tecnologico. L’introduzione di tecnologie nell’assistenza a lungo temine permetterebbe di affrontare la carenza di personale sanitario migliorando le condizioni lavorative e la qualità dei servizi offerti soprattutto agli anziani.

Comunicato della Commissione al Parlamento Europeo sulla telemedicina a beneficio dei pazienti, dei sistemi sanitari e della società.

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