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Discriminazione:cosa pensano gli italiani

Nel nostro paese la discriminazione  c’è ma non ci vede. Secondo i dati raccolti da  Eurobarometro, gli italiani sentono la discriminazione sociale in modo più diffuso rispetto alla media europea. I motivi di discriminazione sono: prima di tutti quello etnico seguito da quello dell’orientamento sessuale, poi  sesso e handicap. Solo per l’età sembra che gli italiani siano meno preoccupati degli europei in generale.

Un altro risultato dell’indagine rileva però che gli italiani sono  quelli che hanno “un cerchio meno eterogeneo di amici e conoscenze”, soprattutto per le differenze etniche e religiose. Sempre nel confronto con la media europea sembra che in Italia si viva in modo più chiuso,  fra persone simili e con le stesse idee o esperienze. Avvertiamo le discriminazioni, su di noi e su altri, ma è come se le sentissimo indirettamente senza un contatto vivo. Forse è un effetto della televisione e di quanto filtra la realtà percepita.

Per la discriminazione sul posto di lavoro gli italiani sono molto meno preoccupati della media europea, o almeno per i criteri di discriminazione proposti dall’indagine. Per gli italiano il primo criterio di discriminazione sul posto di lavoro è il look, il modo di presentarsi e di vestirsi. Al secondo posto ci sono a pari percentuale l’età e il colore della pelle. L’orientamento sessuale, il sesso e la religione secondo gli italiani non sono criteri importanti di discriminazione come invece pensa la gran parte degli europei.

Come si comportano i media? Secondo l’indagine gli italiani pensano  in generale che nei media vi sia rispetto per la diversità, ma nel raffronto con gli altri paesi sono un po’ più insoddisfatti per quanto riguarda orientamento sessuale e origine etnica.

Alla domanda di come si sentirebbero di fronte ad alte cariche dello Stato affidate a persone considerate diverse, gli italiani mostrano di avere meno pregiudizi della media europea, ma con l’eccezione dell’età. Sotto i 30 e sopra i 75 anni non si dovrebbero dare alti incarichi nello Stato. Per i giovani è indiscutibilmente esclusa ogni possibilità, ma sono molti gli alti incarica affidati a persone con più di 70 anni.

È ovvio che questa indagine non entra nei dettagli di ogni singolo paese perché fatta su un campione limitato di interviste.  Tuttavia descrive un paese verosimile, con paradossi e contraddizioni,  che corrisponde all’immagine percepita dall’esterno.

Per avere qualche elemento di raffronto è interessante vedere la composizione della Camera e del Senato.

Alla Camera i Deputati fino a 29 anni sono lo 0,95% (5 donne e 1 uomo), che salgono oltre il 10% se prendiamo la fascia di età fini a 39 anni. Dai 60 anni e oltre sono il 21.11% (21 donne e112 uomini). Come si può vedere dalla tabella 1 la discriminazione è soprattutto di sesso: su un totale di 630 deputati 134 sono donne e 496 sono uomini.

Distinzione dei deputati per fasce di età e per sesso (tabella 1)

XVI Legislatura (22 dicembre 2009)
Fascia di età Donne Uomini Totale %
25-29 5 1 6 0,95%
30-39 24 6 60 9,52%
40-49 46 138 184 29,21%
50-59 38 209 247 39.21%
60 e oltre 21 112 133 21,11%
TOTALE 134 496 630 100%
21,27% 78,73% 100,00%

Al Senato la presenza delle donne è inferiore a quella della Camera anche se percentualmente è poco: 81,68% uomini e 18,32% donne (tabella 2). Rispetto alla legislazione precedente c’è  stata un variazione del 5% circa a favore delle donne (tabella 3). L’aumento della presenza delle donne nel Senato tra il 2006 e il 2008 è in tutte le fasce di età tra 40 e 69 anni. Oltre i 60 anni ci sono 20 Senatrici  e 98 Senatori.

Distribuzione dei Senatori in carica per fasce di età e per sesso (tabella 2)

XVI Legislatura (dati aggiornati al 4 gennaio 2010)
40-49 50-59 60-69 70 e oltre Totale % Età media
Uomini 45 120 70 28 263 81,68 58,21
Donne 18 21 17 3 59 18,32 55,98
Totale 63 142 86 31 322 57,80

Distribuzione dei Senatori in carica per fasce di età e per sesso (tabella 3)

XV Legislatura (dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008)
40-49 50-59 60-69 70 e oltre Totale % Età media
Uomini 60 127 72 31 290 86,57 57,39
Donne 14 17 11 3 45 13,43 55,36
Totale 74 144 83 34 335 57,12

La fascia di età con il maggior numero di incarichi parlamentari è quella tra i 50 e i 59 anni, sia alla Camera sia al Senato. A questo proposito facciamo un salto nella società civile dove la fascia di lavoratori di età tra i 50 e i 59 anni è quella che oggi si allontana dal pensionamento per effetto dell’invecchiamento della popolazione, o meglio della nuova politica europea per il lavoro che prevede un prolungamento della vita lavorativa. In Francia dallo scorso anno vengono introdotti, su direttiva di un decreto governativo, accordi di settore tra aziende e sindacati per incrementare, anche se di poco, il numero dei lavoratori con più di 50 anni.

I Deputati e Senatori italiani, eletti dai cittadini, sono un ottimo esempio di come sia stata recepita la politica europea contro la discriminazione sociale.

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New senior e pantere grigie

pantere_thI New Senior e le Pantere Grigie sono le due tipologie più interessanti per il marketing secondo una indagine di Eurisko tra la popolazione anziana. Le altre quattro sono: housewives, old-senior, ordinari e appagati, costituiscono il 70%  della popolazione e corrispondono al profilo più classico dell’anziano.

New senior (16%) sono gli anziani che sostituiscono alla centralità della vita lavorativa altri interessi del tempo libero, con qualche timore per il futuro. Le pantere grigie (13%)  sono gli anziani più attivi, secondo l’indagine Eurisko, perché guardano al futuro impegnandosi in iniziative concrete. Hanno una scolarizzazione alta e non si accontentano di fare i nonni. Questi due segmenti di popolazione anziana insieme formano una fetta interessante di consumatori (per  un’offerta mirata), ma  anche un bacino per lo sviluppo di una nuova imprenditoria. E’ l’idea che emerge dalla presentazione dell’indagine.

graypanther03Le gray panther americane dello scorso secolo hanno ben poco a che fare con la tipologia delle pantere grigie uscita dalla ricerca sui consumatori. Allora era l’impegno politico e sociale che caratterizzava piccoli gruppi di anziani cresciuti nella lotta per i diritti civili. Qui invece si usa il termine pantere grigie per definire quegli anziani che hanno tali privilegi culturali ed economici   da renderli ancora interessanti per il mercato libero  e per il mercato del lavoro: “un maggior sostegno a questi imprenditori si tradurrebbe in un interessante aumento del Pil e dell’ occupazione.”(Affari & Finanza)

gray_panthersE l’altro 70% di anziani, quelli che non vogliono fare gli imprenditori e gli innovatori, che cosa rappresentano sul mercato? In fondo non sono pochi, consumano anche loro, ma sono meno disponibili a salire sulla giostra dei consumi: hanno meno mezzi economici; hanno forse meno salute; ignorano il Pil e non si sentono più come dei  30-40enni rampanti travolti dalla infomatizzazione del lavoro.

Queste ricerche di mercato, che tendono solo a individuare l’area più lucrosa del consumo, mi sembrano sempre poco obiettive nei confronti di una realtà sociale che mostra bisogni e necessità comuni a tutti gli anziani: soprattutto servizi ma anche beni culturali e materiali adatti a rendere meno difficile l’invecchiamento (maggiore autonomia fisica e psicologica). Per il lavoro e l’imprenditoria mi sembra  assurdo pensare che siano gli anziani a sollevare il Pil. E tanto meno a gratificarsi assumendosi anche il ruolo degli innovatori con partita iva. È un modo troppo semplice di interpretare la realtà e sempre dal punto di vista del libero mercato e del massimo profitto.

graypanther01-250L’invecchiamento della popolazione sarà sempre un problema economico da affrontare nel futuro e per questo richiede da subito una strategia basata su scelte di lunga prospettiva che vadano oltre il calcolo del Pil e gli interessi del mercato finanziario, e che investano tutto il sociale. Si ritorna sempre ai bisogni della società, degli uomini e delle donne di ogni età. Mentre il “libero mercato”, che sembra essere la fine di tutte le idologie, mostra buchi da tutte le parti e crea disuguaglianze “incolmabili”.  Anche tra gli anziani c’è questa consapevolezza e probabilmente quel 30% di popolazione che non lavora ma è attivo, rappresenta un buon punto di partenza per ripensare, noi tutti, i ruoli e i valori condivisi.

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Stress sul lavoro diminuisce con l’età

Albert Einstein in bicicletta

Albert Einstein si diverte

Una ricerca svolta dall’Università di Nottingham ha rilevato che lo stress prodotto dal lavoro raggiunge il livello massimo tra i 50 e i 55 anni e dopo tende a diminuire man mano che ci si avvicina alla pensione. Ma da cosa dipende  questa diminuzione dello stress da lavoro? Può essere la scelta di lasciare una posizione più stressante per un ruolo meno impegnativo, oppure ci sono motivi di salute, o forse una migliore capacità di distacco e di controllo sul lavoro per esperienza acquisita. (Ageing, Work-related Stress and Health – comunicato)

Lo stress è oggi la principale causa di assenza dal lavoro, con le dovute differenze fra paese e paese, o tra occupati e sottoccupati. Lo stress è  “uno dei fattori” che influenzano la disponibilità e la capacità dei lavoratori più anziani di rimanere nella forza lavoro. Oggi  si parla di allungare la vita lavorativa perché l’invecchiamento della popolazione determina un costo maggiore che grava su chi lavora. Che cosa accadrebbe se si andasse in pensione a 70 anni? Oltre all’aumento (relativo) della disoccupazione tra i giovani, ci sarà un aumento di stressati tra i cinquantenni che a quel punto potrebbero diventare sessantenni. E tra questi ultimi crescerà  il numero dei disimpegnati e degli ammalati. Un bel problema per chi ci mette i capitali, ma soprattutto per chi lavora.

Per diminuire il livello di stress la ricerca dell’università inglese suggerisce di dare al personale più anziano  un maggiore controllo sul proprio lavoro, un migliore riconoscimento per il loro contributo, una maggiore flessibilità e un supporto sociale più avanzato. Gli anziani vogliono trascorrere più tempo con i nipoti o dedicarsi ad altri interessi. Il lavoro e la carriera non sono più le loro motivazioni principali.

Se vogliamo che si continui a lavorare con una certa produttività  anche a una certa età,  secondo i relatori della ricerca bisogna agire sulle condizioni  lavorative per rendere più attrattivo e flessibile il lavoro,  e conciliabile con le esigenze di una popolazione anziana che lavora. Non solo, pare che condizioni di lavoro meno stressanti andrebbero a tutto vantaggio anche della vita dei futuri pensionati. Ci voglio credere!

Ma qualche dubbio mi viene di fronte alla buona volontà di queste ricerche di dover dimostrare che il futuro è perfettibile, e che si possa raggiungere una sorta di armonia cambiando l’opinione di imprenditori e lavoratori. Sembra sempre che le soluzioni giuste, che ti propinano, siano quelle più semplici, fatte di buon senso e disponibilità al cambiamento. Forse non basta cambiare le coscienze per cambiare il mondo, in particolare quello del mercato del lavoro. Comunque, ben venga qualsiasi iniziativa che diminuisca lo stress da lavoro e così andremo avanti a lavorare anche fino a cent’anni. Ma perché?!

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L’insopportabile peso della vita

CDFriedrichTra il 9 e il 10 settembre si è tenuta in molti paesi la giornata della prevenzione del suicidio promossa da International Association for Suicide Prevention e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) per sensibilizzare la gente su un fenomeno che coinvolge tutti in tutto il mondo. Per l’occasione sono stati diffusi dati e informazioni  ma soprattutto si è voluto lanciare un appello a considerare il suicidio come un evento prevedibile quando si sappiano comprendere certi comportamenti. Molto dipende da attenzione e sensibilità, ma anche dalla conoscenza di determinati meccanismi, segni e condizioni che si manifestano nelle diverse  età.

In Italia le persone con più di 65 anni sono circa il 20% della popolazione. Per questa fascia di età il numero dei suicidi supera il 34% del totale nazionale e rappresenta il valore più alto nella suddivisione statistica dell’Istat, seguito da quello della fascia tra i 45 e i 64 anni. Per i tentativi di suicidio, invece, la popolazione più coinvolta è quella tra 25 e 44 anni.

Parlare di motivazioni o cause del suicidi è sempre riduttivo rispetto alla evidente unicità di ogni storia personale. Secondo i dati Istat la “malattia” è il movente nella maggior parte dei casi di suicidio tra la popolazione anziana. La categoria “malattia” è volutamente molto ampia perché permette di raggruppare motivazioni che altrimenti richiederebbero informazioni molto più precise. Infatti, sono le malattie psichiche a prevalere. E bisogna anche aggiungere che la voce “Ignoto o non pervenuto” permette a chi redige queste burocratiche informative di non cadere in presunte valutazioni.

La riduzione a statistica di un fenomeno come questo cambia di significato in relazione al punto di vista e non può dare ragione della complessità che ogni evento racchiude. Quella su cui pensiamo è solo un’ipotesi di lavoro.

Suicidi e tentativi tra la popolazione di 65 anni e più (fonte: dati Istat)

Italia suicidi 65+ tentativi di suicidio 65+
anno M F MF %IT M F MF % IT
2003 * 1.072 378 1.450 35,5%
2004
2005 778 276 1.054 36,4% 228 179 407 12,3%
2006 886 252 1.138 37,1% 222 144 366 11,1%
2007 795 253 1.048 36,6% 215 154 369 11,4%
2008 746 228 974 34,4% 210 147 357 10,7%

- Nota * : fonte OMS/WHO – M=maschi, F=femmine.


MOVENTE MF F M
Malattie 532 140 392
- Fisiche 206 28 178
- Psichiche 326 112 214
Motivi affettivi 56 9 47
Motivi d’onore 2 0 2
Motivi economici 18 3 15
Non indicato 366 76 290

Italia 2008 – popolazione 65 +

Le tabelle relative ai suicidi pubblicate dall’Istat si basano sui rilievi fatti da Polizia e Carabinieri. Oltre all’età l’analisi statistica considera diversi altri aspetti: diffusione sul territorio, motivazione, modalità e momento.

Tra le motivazioni per i suicidi di anziani è maggiore la malattia, soprattutto psichica (ma questo vale per tutte le età, in particolare tra 45 e 64 anni).

Il numero maggiore di suicidi nel 2008 tra gli anziani è nel mese di giugno, seguito da luglio e agosto.

Le ore di punta sono tra le 8 e le 11, ma il numero resta alto fino alle 15.


ESECUZIONE F M
avvelenamento 9 17
asfissia da gas 1 11
impiccagione 46 296
arma 5 138
- da taglio 3 10
- da fuoco 2 130
precipitazione 94 128
annegamento 28 43
investimento 6 14
altro 24 47
non indicato 15 52

.

Le modalità di suicidio dipendono da un’osservazione più oggettiva. Tra gli uomini anziani ricorre con maggiore frequenza l’impiccagione, mentre tra le donne è il salto nel vuoto. Nei paesi meno sviluppati economicamente, per fare un raffronto tragico, si ricorre all’avvelenamento con pesticidi.

I dati Istat permettono di vedere dove si verificano i suicidi, ma online non sono disponibili nella suddivisione per età. Per quanto riguarda tutta la popolazione osserviamo che le regioni con il più alto tasso di suicidi nel 2008 sono:

Valle d’Aosta – 9,5 (ogni 100mila abitanti).

Sardegna – 8,9, ma la media regionale è alta solo perché due province hanno un alto tasso di suicidi: Ogliastra e Medio Campidano con 17,2 e 17,4 (ogni 100mila abitanti).

Umbria – 8,5 (ogni 100mila abitanti).

Molise – 8,4 (ogni 100mila abitanti). La provincia di Isernia, 13,5, ha un tasso doppio rispetto a Campobasso.

Altre province dove il tasso è più evidente (12 e 13 ogni 100mila abitanti) sono Trieste, Belluno, Sondrio, Cuneo.

La regione con il tasso più basso di suicidi è la Campania, 1,8 (ogni 100mila abitanti), con Napoli allo 0,7.

Tra gli stranieri presenti in Italia i suicidi sono 239, di cui 160 nati in altri paesi europei e 49 della sola Romania.

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Dove alloggiano gli over 50

anziano che legge

Barcellona

Il 60% degli europei con più di cinquant’anni vive in una casa  e il 40% in un condominio. In media ogni anziano ha più di due vani a disposizione. Più di un quarto vive con i figli; quasi il 10% vive nello stesso stabile di un figlio e il 25% abita in un raggio di 5 chilometri. Il 70% circa è proprietario dell’abitazione principale in cui vive.  E per concludere, più si invecchia e minore è  la mobilità residenziale. Questa è l’immagine  che esce dalla media statistica  di una ricerca condotta dall’ENSEE (Istituto nazionale francese di statistica e studi economici) su un campione di cittadini di dodici paesi della Comunità europea più la Svizzera (periodo 2006). Il confronto dei dati relativi ai singoli paesi, sebbene sia parziale, permette di capire alcune differenze importanti (sociali, economiche e culturali). Sappiamo sempre troppo poco degli altri paesi europei.

Nota: nel documento originale si usa il termine seniors per indicare gli over 50. E’ normale tradurlo con “anziani”. I grafici (purtroppo le tabelle non sono disponibili online) allineano quattro fasce di età: 50/59, 60/69, 70/79, 80 e più.

Casa o appartamento? (vedi grafico)

In Italia quasi il 60% degli over 50 vive in una casa con uno o due alloggi e non in un condominio. Senza grosse differenze tra le quattro fasce di età e con dei valori sotto la media europea, che si colloca tra il 33% della Repubblica Ceca e l’88% del Belgio. Per la Repubblica Ceca è stato spiegato con un forte fenomeno di inurbamento della popolazione agricola. Per gli altri paesi si può notare dal grafico che c’è una crescita costante della casa residenziale se passiamo dai paesi mediterranei a quelli del centro e poi del nord Europa. Si possono fare tante ipotesi per spiegare questa progressione: senz’altro economiche, ma anche collegate al territorio, alla popolazione e alla cultura locale.

Un aspetto interessante. Il numero degli anziani  di Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, che vivono in una casa e non in un condominio diminuisce repentinamente superati gli 80 anni. Nel grafico si vede anche che in Italia, Grecia e soprattutto in Polonia, avviene il contrario, gli over  80 che vivono in un edificio mono o bi-familiare superano i 50/79enni.

Distanza dai figli (vedi grafico)

I “seniors” (dai 50 anni in su) che coabitano con un figlio sono il 40% in Italia (superata da Polonia e Spagna e alla pari con la Grecia). Mentre negli altri paesi la percentuale è decisamente più bassa. La soluzione di una abitazione condivisa è più diffusa tra il ceto medio che vive fuori dalle grandi città e tra gli inquilini in affitto.

L’anziano che vive nello stesso stabile di un figlio, ma in un altro alloggio, è la condizione meno frequente in tutti i paesi. E’ quasi inesistente  in Francia, Svezia, Belgio, Paesi-Bassi, Danimarca, dove invece è più facile che la distanza dal figlio rimanga entro i 5 chilometri. Germania, Austria e Grecia mostrano valori superiori alla media per quanto riguarda l’alloggio in un edificio comune con il figlio. La probabilità raddoppia quando si tratta di abitazioni condominiali.

Sembra  che la distanza dai figli sia maggiore nei paesi nord-europei. Si potrebbe collegare alla struttura e al ruolo della famiglia, e a una maggiore indipendenza economica e psicologica dei componenti ad ogni età.  Purtroppo i servizi  publici o privati presenti sul territorio non sono gli stessi in tutti i paesi, e vi sono poi differenze notevoli, come in Italia, da una regione all’altra.

La vicinanza della famiglia  è un aspetto importante per l’aiuto o l’assistenza agli anziani. Anche fare la spesa alimentare può essere un problema quando non si ha più una patente di guida. La scelta della coabitazione o della vicinanza diventa quasi obbligatoria, quando possibile, per quella parte di popolazione che oggi sente l’effetto forte della crisi economica e, ormai,  sociale.

La casa di proprietà (vedi grafico)

Il mercato immobiliare è molto diverso da un paese all’altro. Lo studio dell’ENSEE individua tre gruppi di paesi. Essere proprietario della propria cosa è molto comune tra gli over 50 di Grecia, Spagna, Italia e Belgio. Anche in Polonia e Repubblica Ceca è abbastanza diffusa perché più facile acquistare la casa in cui si abita.

In Austria, Svizzera, Germania e Paesi Bassi è maggiore il numero di coloro (sempre over 50) che abitano in affitto: dal 43% al 47%..

Svezia Danimarca e Francia occupano nella statistica una posizione intermedia. Da notare comunque e dovunque che sopra gli 80 anni si ha un calo nella proprietà dell’alloggio.

L’edilizia popolare sovvenzionata  con alloggi ad affitto contenuto è diversa per ogni paese. Si passa dal 35% del totale nazionale nei Paesi Bassi al 15/20%  di Austria, Polonia, Svezia, Danimarca, Francia e Repubblica Ceca.  Le percentuali più basse sono: 6% in Germania e Svizzera; 5% in Italia e Belgio, 2% in Spagna; e praticamente zero in Grecia.

La proprietà della casa non è legata solo al reddito. La ricerca ENSEE  divide in due gruppi i paesi europei.

Nel primo, che va dalla Svezia alla Svizzera, avere un alto reddito, o appartenere a una generazione più recente o essere sposati significa di solito scegliere la proprietà di una casa piuttosto che  di un appartamento condominiale.

Nel secondo gruppo (Mediterraneo, Austria e paesi dell’Europa orientale) questa correlazione non esiste, anzi a volte è invertita. In questi paesi la casa di proprietà è soprattutto un vecchio edificio, piuttosto che  un appartamento moderno e confortevole.

Il tasso di proprietà è più elevato per le case che per gli appartamenti condominiali. La proprietà della casa è una condizione molto diffusa fino a 58 anni. Di solito l’acquisto avviene prima dei 50 anni. Dopo la tendenza diventa negativa, ma il passaggio dalla casa di proprietà ad un alloggio in affitto è raro prima degli 80 anni. Il calo  con l’età  è in parte dovuto a un effetto generazionale: in molti paesi la proprietà dell’abitazione è collegata allo sviluppo dell’edilizia residenziale dopo la seconda Guerra Mondiale insieme alla disponibilità creditizia. E cresce in misura maggiore a partire dagli anni novanta, quando con l’abbandono del Welfare a favore del libero mercato vi è un “crollo” dell’edilizia popolare e sovvenzionata.

Da una generazione all’altra aumenta il numero dei proprietari della propria abitazione aumenta, ed è ovviamente collegato al reddito familiare. Non in Spagna, dove invece la proprietà è la norma; o in Repubblica ceca e Belgio dove si è facilitato il passaggio di proprietà agli inquilini. La ricerca fa notare che in tutte le fasce di età le donne proprietarie di casa sono meno degli uomini.

Scarsa mobilità residenziale(vedi grafico)

Dopo i 50 anni è più improbabile che si cambi casa. Sempre di più con l’avanzare dell’età. Questo è un fatto positivo, almeno da un punto di vista culturale e psicologico. Ma potrebbe essere una scelta difficile: con l’età diminuisce la mobilità e spesso gli alloggi sono inadatti perché vecchi o costruiti senza prevedere l’invecchiamento della popolazione. Pensiamo, per esempio, in quanti palazzi bisogna superare alcuni gradini prima di raggiungere l’ascensore.

La scarsa mobilità residenziale degli anziani e lo scarso adeguamento delle abitazioni  per i disabili (6% la media europea, vedi grafico) saranno un problema i molti paesi, e richiederanno soluzioni più coordinate sul territorio tra risorse familiari e servizi al cittadino, sia pubblici che privati.

Dalla ricerca emerge che Svezia, Danimarca e Paesi Bassi hanno una maggiore mobilità residenziale. Mentre in tutti gli altri paesi la stabilità residenziale raddoppia rispetto ai precedenti.

Riassunto dei dati relativi agli italiani over 50

60% vive in una casa e non in un condominio

2 vani, più o meno, a disposizione per persona

39% coabitano con i figli

24% abitano a non più di 5 km

10% vivono nello stesso stabile di un figlio

3% delle abitazioni è adatto a ospitare disabili

tra 72% e 82% sono proprietari dell’immobile

32 anni nello stesso alloggio per gli ultra-ottantenni

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